Sabato 20 Apr 2013 - ore 09:30

I grandi progetti per Napoli. Aspetti urbanistici ed economici

Accademia di Belle Arti di Napoli

via Costantinopoli 107

Rassegna stampa

Giovanna Cassese, Lucio d'Alessandro, Marco Salvatore

Comunicati stampa

Il cinema DI e DA Napoli

Il programma sarà definito a breve

Al Sabato delle Idee Edoardo Cosenza ha presentato un’ampia relazione sullo stato dei grandi progetti urbanistici in Campania

0069Al Sabato delle Idee Edoardo Cosenza, Assessore alle opere e ai lavori pubblici della Regione Campania, ha presentato un’ampia relazione sullo stato dei grandi progetti urbanistici in Campania.

Guarda l’elenco dei progetti pronti a partire

Progetti e procedure: osservanza delle regole e rispetto dei vincoli di finanza pubblica

L’intervento del Presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino al Sabato delle Idee

0068Sembra un compito non gratificante chiudere una giornata ricca di iniziative e di proposte con un intervento su: “Progetti e procedure: osservanza delle regole e rispetto dei vincoli di finanza pubblica”. In una visione pessimistica, il titolo dell’intervento potrebbe suonare come un richiamo agli ostacoli che si oppongono alle volontà costruttive: al progettare, al fare, si oppongono ostacoli procedurali e vincoli di finanza pubblica. Due realtà, queste, che sono, però, espressioni di due superiori esigenze. L’esigenza, vale a dire, che le regole del corretto modo di essere e di agire delle Pubbliche Amministrazioni e delle imprese siano rispettate; l’esigenza che le finanze pubbliche siano tutelate e preservate e che il complesso equilibrio del bilancio pubblico sia perseguito. Certo, l’esperienza dei rapporti tra progetti e procedure non è esaltante. Valga, per tutte, l’esperienza della legge obiettivo (Legge 21 dicembre 2001, n. 443). Di tutto il programma varato agli inizi degli anni 2000 sotto l’egida della legge-obiettivo sono stati ultimati lavori per non più dell’11%, nonostante il percorso procedurale agevolato che doveva accompagnare la realizzazione delle infrastrutture strategiche. La lezione che dobbiamo trarre da questa esperienza tocca molti dei punti critici che sono comuni a tutti i programmi di opere pubbliche. Ci si riferisce, in particolare, al processo autorizzatorio e alla attività di progettazione in senso tecnico, non senza tralasciare l’apparato organizzativo facente capo al binomio Ministero delle Infrastrutture – CIPE e al ruolo svolto dal contraente generale. Sotto questi ultimi due aspetti, si deve prendere atto che la centralizzazione dell’apparato amministrativo non dà buona prova di sé, anche quando è mossa dalla lodevole intenzione di fare da supporto alle amministrazioni che non posseggono le competenze per gestire investimenti sproporzionati rispetto alle loro capacità organizzative ed è, per ciò, preferibile responsabilizzare le Amministrazioni senza soffocarle, specialmente se questo si risolve in ritardi come quello ricordato. Per quanto riguarda il contraente generale, è necessario che anche le imprese italiane raggiungano le dimensioni delle loro concorrenti di altri Paesi e, in questo percorso, è evidente il ruolo di supporto che deve svolgere la parte pubblica, assicurando investimenti che non intervengano a singhiozzo ma abbiano continuità, perché questa è la condizione che permette alle imprese di consolidare la propria struttura di uomini e di capacità tecnologiche. La legge-obiettivo si muoveva proprio in questa direzione, ma, tra gli altri difetti, vi è stato anche quello di dimensionare gli interventi su livelli di importo sproporzionati rispetto alle dimensioni delle nostre imprese. Essendo vero quel che dicono le Associazioni di categoria, secondo le quali la media delle nostre grandi imprese soffre di nanismo rispetto al panorama mondiale, è da ritenere che il nanismo non si elimini alzando l’asticella, ma facendo crescere le dimensioni degli appalti in maniera progressiva e, soprattutto, garantendo continuità agli investimenti. La legge-obiettivo non solo non ha assicurato questa fondamentale precondizione della continuità degli investimenti, ma ha anche rallentato le opere appaltate, creando tra l’altro anche un gap a carico delle imprese di dimensione medio-alta che non hanno potuto accedere alle iniziative varate. Si è accennato in precedenza al processo autorizzatorio e alla progettazione i quali continuano a costituire, secondo molti, i passaggi più critici dei programmi di opere pubbliche. Il Codice dei contratti ha fatto proprio quel che era uno dei cardini della legge Merloni, vale a dire la progettazione, che, come si ricorderà, era stata messa sul banco degli imputati come la causa prima di tutti i mali delle opere pubbliche. La dottrina e la giurisprudenza, infatti, avevano ripetutamente sottolineato che la gran parte delle patologie riscontrate nel settore dei pubblici appalti (perizie di variante e suppletive, revisione prezzi, dilatazione dei tempi di esecuzione e dei relativi costi, contenzioso con le imprese, ecc.) erano riconducibili a errori e/o insufficienze della progettazione, piuttosto che ad eventi imprevisti e sopravvenuti in grado di alterare il contesto operativo originariamente programmato. La stessa Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici ha più volte rilevato che “una carente progettazione, oltre a determinare la realizzazione di opere pubbliche di minor pregio”, molto spesso viene individuata “come la fonte principale di maggiori costi e tempi di realizzazione, nonché di riserve e ricorsi giurisdizionali” (cfr. delib. N.49 del 3 maggio 2012). A questo riguardo, si deve prendere atto con rammarico che la situazione, pertanto, non è cambiata e ci si deve interrogare sull’efficacia della disciplina introdotta e domandarci se, per caso, la filiera della progettazione non si sia dilatata oltre ogni ragionevolezza, visto che, accanto ai tre livelli del preliminare, del definitivo e dell’esecutivo, è contemplato anche lo studio di fattibilità, per non dire del documento preliminare all’avvio della progettazione. Evidentemente, questa dilatazione del processo progettuale è ormai non condivisa, se è vero che, in uno dei tanti provvedimenti dell’ultimo anno, è stato introdotto nell’articolo 93 del Codice la possibilità di omettere uno dei primi due livelli di progettazione. Esso è un segno dell’intenzione di riconsiderare un meccanismo che, considerati i numerosi passaggi attraverso i quali si snoda, doveva garantire una progettazione esente da ripensamenti in corso di esecuzione: il che non si è verificato. Non v’è dubbio che, accanto alle inadeguatezze della progettazione, un’altra causa di ritardo è costituita dal cosiddetto processo autorizzatorio. Si tratta di un passaggio critico, al quale si era ritenuto di rimediare dando vita alla conferenza di servizi che, com’è noto, aveva la finalità di riunire intorno allo stesso tavolo tutti i soggetti che, a diverso titolo, debbono esprimersi sul progetto. Uno strumento, dunque, che ha subito, negli anni, numerose modifiche, tutte tese all’obiettivo di fluidificarne l’attività. Ma c’è da domandarsi, così come si è fatto per la progettazione, se non sia giunto il momento di ripensare a questa soluzione procedurale, visti i risultati poco incoraggianti che, nonostante tutte le correzioni, ha forniti. E’ necessario dare ad essa capacità decisoria, con la disponibilità per essa degli interessi in gioco. Ma, predominante su ogni altra disfunzione del sistema, è la configurazione stessa del sistema, anomalo perché abnorme nella sua portata e consistenza normativa, a sua volta contraddittoria e confliggente nel suo stesso intimo per i valori che persegue e che ispiravano ed ispirano, nel loro apice, le due normative: l’interesse delle P.A. e la tutela delle sue risorse nel caso della legge Merloni; l’interesse del mercato e delle imprese nel caso della normativa comunitaria. E la concorrenza che assumeva ed assume valore diverso nei due compiti: strumentale nel primo; di scopo, nel secondo. I principi ispiratori delle Direttive comunitarie sono, infatti, profondamente diversi da quelli della legge 109/94 che era nata in un contesto per così dire di emergenza, che imponeva di farsi carico di gravi disfunzioni rivelatesi nei pubblici apparati (la c.d. tangentopoli) L’aver cumulato ed assemblato le due diverse normative è stato, a nostro sommesso avviso, l’errore del Codice dei contratti ed il risultato è sotto gli occhi di tutti. Con i suoi 616 articoli complessivi, per non parlare di tutte le norme correlate, comprese quelle varate nell’ultimo anno, il Codice dei contratti e il suo Regolamento attuativo hanno mostrato, all’atto pratico, tutti i loro limiti e non sono perciò in grado di assecondare gli eventuali sforzi che si volessero fare per investire nelle opere pubbliche risorse capaci di invertire il ciclo economico del nostro Paese. In più, va considerato che la maggior parte degli articoli del Codice e del Regolamento non eccellono per sinteticità. E’ necessario, invece, un corpo normativo agile e chiaro che rimuova una iper-regolamentazione elefantiaca la quale ingessa ed ostacola il mercato. Invero, è certo che il problema della iper-regolamentazione, di un complesso di un migliaio di norme – ove si consideri che alle norme del legislatore nazionale si aggiungono quelle del legislatore regionale nonché delle autorità normative provinciale e comunale – rimane il problema di fondo del nostro ordinamento che dà luogo a un complesso di regole che, da un lato, deresponsabilizzano gli operatori minandone le capacità decisionale e realizzatrice, dall’altro creano ingorghi e trappole dove la stessa attività amministrativa è irretita e nella quale si annidano le occasioni per disfunzioni fino alle cause di un’attività corruttiva. Iper-regolamentazione nella quale tracimano, poi, spesso anche fattispecie normative previste proprio per aumentare la flessibilità di azione della Pubblica Amministrazione, che, non verificandosi a seguito di un mancato esercizio della discrezionalità della Pubblica Amministrazione, si risolvono, soltanto, in ulteriori appesantimenti normativi. In presenza di un sistema così elefantiaco ed intrigato c’è da domandarsi se il sistema non possa mutarsi nell’impostazione, configurandosi con una semplificata normativa a monte di origine e contenuto essenzialmente comunitario cui faccia seguito, a valle, una duttile attività regolatoria. Mentre la tutela degli interessi pubblici dovrebbe essere rimessa a pochi istituti di natura pubblica e di contenuto ordinamentale e organizzatorio.
Infatti, la scelta della iper-regolazione della materia non sembra nemmeno in linea con gli obiettivi di semplificazione e razionalizzazione della disciplina in materia di contratti pubblici, perseguiti dal legislatore comunitario con la adozione delle direttive di settore (Ce/2004/18 e Ce/2004/17) e ancora più con la tendenza recente espressa nel ‘‘Libro verde sulla modernizzazione della politica dell’Ue in materia di appalti pubblici. Per una maggiore efficienza del mercato europeo degli appalti” adottato il 27 gennaio 2011. Ma l’intervento conclusivo di una mattinata così ricca di idee, di propositi, di iniziative- non può limitarsi a elencazioni di inconvenienti, peraltro da tempo noti, che, però, per essere rimossi richiederebbero ferma volontà ed unicità di intenti -, ma deve necessariamente farsi carico di ulteriori considerazioni. La mancanza di bilanciamento tra l’esigenza di predisporre urgenti misure di rilancio dell’economia e l’obbligo di adottare pesanti aggiustamenti fiscali nel mezzo di una doppia recessione, ha innescato una spirale economica negativa da cui urge trovare vie d’uscita. Il quadro delineato nell’Analisi annuale della crescita 2013, con cui a novembre 2012 si è formalmente inaugurato il Semestre Europeo 2012-2013 e sostanzialmente confermato dalle previsioni economiche di febbraio 2013 della Commissione europea e dalle recenti esternazioni del Fondo Monetario Internazionale, rileva il permanere di una situazione economica molto fragile, con un’ulteriore contrazione del PIL dello 0,3% nell’UE e dello 0,4% nella zona euro. Non sono più procrastinabili, pertanto, iniziative che inneschino percorsi di crescita e di incremento del PIL, idonee a far fronte alle gravi conseguenze economiche e sociali della crisi. Sta maturando, da questo punto di vista, una nuova consapevolezza: la riconciliazione fra rigore e sviluppo deve avvenire attraverso il rilancio delle politiche di accumulazione pubblica che è necessario trovare il modo di rendere compatibili con i vincoli economici, in modo da evitare che si radichino irreversibili circoli viziosi di recessione. La mancata approvazione del bilancio da parte del Parlamento europeo e le proposte formulate dalla Commissione a febbraio appaiono segnali significativi di apertura verso la possibilità, quanto meno, di mettere in discussione politiche economiche indifferenziate, finalizzate al solo contenimento della spesa. In sintesi, ad un’austerità a senso unico. Nella stessa direzione sono da considerare anche le conclusioni adottate dal Consiglio europeo il 14/15 marzo, che ha acceduto alla nozione di un “risanamento di bilancio differenziato e favorevole alla crescita”. In particolare, le conclusioni del Consiglio europeo sembrano suggerire la possibilità per gli Stati membri che possano contare su un deficit annuo inferiore al 3 per cento, di sfruttare a pieno i margini previsti dal Patto di stabilità, includendo all’interno dei loro documenti di programmazione misure a breve termine e interventi pubblici a favore della crescita e potendo contare, in presenza di un impegno virtuoso verso la stabilità di bilancio, su una valutazione maggiormente flessibile e “benevola” da parte della Commissione, all’atto di formulare le proprie raccomandazioni. E ciò, tenendo fermo che l’ “apertura” europea verso una flessibilità che consenta investimenti finalizzati alla crescita e all’occupazione, non può mettere a rischio il rispetto del rapporto deficit/PIL sotto il 3 per cento, che deve rimanere garantito. L’applicazione di una golden rule, quindi, di una specifica tutela della spesa per investimenti che, anche limitatamente, la differenzi dal resto della spesa pubblica, riveste particolare interesse per l’Italia, perché rimanda alla forte compressione subita, nel nostro paese, dagli investimenti pubblici negli ultimi anni. Nel biennio 2010-2011 questa componente è diminuita di più di 6 miliardi rispetto al 2009, ossia del 16 per cento. In quota di Pil, si è passati dal 2,5 al 2 per cento, tornando ai livelli del 2003. Se si guarda più in generale alla spesa in conto capitale, estendendo l’osservazione anche ai trasferimenti finanziari dalle amministrazioni pubbliche ad imprese per il sostegno degli investimenti, il biennio 2010-2011 segna una flessione del 30 per cento circa, a conferma di una caduta verticale dell’impegno di risorse pubbliche per l’accumulazione di capitale. Nella comunicazione del 1° marzo 2013, l’Istat evidenzia la prosecuzione di questo percorso declinante, segnalando nel 2012 una marcata flessione di due miliardi, pari al 6,3% del volume degli investimenti fissi lordi (acquisizioni di capitale fisso, al netto delle cessioni, cui si aggiunge l’incremento di valore dei beni materiali non prodotti). La riduzione ha riguardato tutte le componenti, con cali del 12,2% per gli investimenti in mezzi di trasporto, del 10,6% per quelli in macchinari e attrezzature e del 6,2% per gli investimenti in costruzioni. In numerose occasioni (Rapporti di coordinamento di finanza pubblica, audizioni sui documenti di programmazione e su leggi finanziarie e di stabilità, ecc.) la Corte ha esaminato le ragioni che hanno determinato questa flessione. Rilevano, in presenza di obiettivi di riduzione della spesa pubblica, la maggiore tollerabilità sociale di un taglio delle uscite in conto capitale rispetto a un ridimensionamento di molte categorie della spesa corrente; ma anche le modalità di attuazione degli strumenti di controllo delle dinamiche della spesa, apparentemente orientati al contenimento della componente corrente, ma che nei fatti hanno inciso sugli investimenti; infine, per le amministrazioni locali, a cui fa capo più del 70 per cento degli investimenti fissi, i vincoli del Patto di stabilità interno limitano la capacità di spesa per investimento, in alcuni casi nonostante la presenza di disponibilità di cassa. Peraltro, la distorsione è stata solo in parte corretta a seguito dell’introduzione della disciplina di patto estesa a livello regionale, che prevede la possibilità di cedere quote da un ente che ha autorizzazioni di spesa cui non corrisponde un’effettiva capacità di spesa, ad un altro ente che dispone di risorse che, a causa del patto, non può spendere. Ad ulteriore conferma di ciò, i risultati dell’analisi sui consuntivi di Comuni e Province 2011 mettono in evidenza che gli effetti dei vincoli correlati alla disciplina del Patto non si riverberano sulla spesa corrente, i cui impegni crescono nei Comuni del 3,4 per cento, ma su quella per investimenti, che per i Comuni si riduce, negli impegni, del 13,8 per cento e per le Province del 36,4. La consapevolezza dei vincoli creati dal Patto e della necessità di alleggerirne temporaneamente la portata, unitamente all’esigenza di accelerare i pagamenti sia di spesa corrente che di conto capitale, con un effetto, quindi, anche di stimolo agli investimenti, hanno spinto il Governo ad adottare le specifiche misure anticipate nella Relazione di aggiornamento degli obiettivi di finanza pubblica 2013 e 2014, adottata ai sensi dell’art.10-bis della legge 196/2009, oggetto del recente d.l. 35 dell’8 aprile 2013. Si tratta di misure che si basano anche sull’introduzione, nella disciplina del Patto di stabilità interno, di eccezioni e di deroghe, tutte tese ad imprimere ai pagamenti un nuovo dinamismo e un’accelerazione, anche in ossequio alla riduzione dei termini di pagamento in materia di transazioni commerciali, imposto, peraltro, dall’Unione europea. In particolare, la previsione di una esclusione dal Patto di stabilità delle spese relative ai cofinanziamenti nazionali dei fondi strutturali comunitari mira a rimuovere i vincoli che condizionano la spesa oggetto di programmi finanziati dalla Comunità Europea. Inoltre, la crisi del debito sovrano del 2008 e la doppia recessione susseguita hanno prodotto effetti importanti su tutti i canali di finanziamento tradizionali delle infrastrutture e per finanziare gli investimenti e ridare impulso alla crescita è diventato strategico implementare strumenti esistenti e individuare nuove modalità di attrazione di capitali privati, che massimizzino le potenzialità e riducano al minimo l’impatto sui vincoli di bilancio pubblico. Lo schema del partenariato pubblico-privato (PPP) rappresenta una modalità di realizzazione di opere pubbliche che potrebbe contrastare la crisi del settore degli investimenti pubblici, in quanto, verificandosi precise condizioni, può non avere impatto sul debito né essere contabilizzata all’interno dei vincoli all’indebitamento degli enti locali. Si rivelerebbe, quindi, neutrale nel percorso di rientro dal debito che impone il graduale raggiungimento del rapporto debito/PIL del 60 per cento. Considerati gli obiettivi margini di interesse mostrati dalla contabilizzazione delle operazioni di PPP, il settore è stato di recente arricchito di strumenti finalizzati a individuare nuove forme di partenariato, oltre che a creare condizioni di maggiore richiamo degli investitori privati verso le infrastrutture pubbliche. La più recente innovazione in materia di PPP è il contratto di disponibilità, che presenta, almeno in astratto, tutti i requisiti previsti da Eurostat affinché un’operazione di PPP possa esser considerata off-balance. Introdotto con l’art. 44 del d.l. 1/2012, il contratto di disponibilità è il contratto mediante il quale sono affidate, a rischio e a spesa dell’affidatario, la costruzione e la messa a disposizione a favore dell’Amministrazione aggiudicatrice di un’opera di proprietà privata destinata all’esercizio di un pubblico servizio, a fronte di un corrispettivo. Anche sulla scorta delle indicazioni provenienti dalla Banca Europea degli Investimenti (BEI), e in linea con lo schema proposto dalla Commissione Europea attraverso l’iniziativa “Prestiti Obbligazionari Europa 2020”, è stato introdotto, inoltre, nell’ordinamento lo strumento dei project bond. Intervenendo su una norma preesistente (art.157 del Codice dei Contratti), è stata data una nuova struttura ai prestiti obbligazionari e titoli di debito che possono essere emessi da parte di società di progetto. Si tratta di strumenti che non gravano sul debito pubblico (se non per le eventuali garanzie) in quanto emessi dal settore privato, che possono essere garantiti dal sistema finanziario, fondazioni e da fondi privati (fino all’avvio dell’infrastruttura da parte del concessionario), che sono destinati ad investitori qualificati, con esclusione, quindi, del mercato secondario. Con i project bond si alimentano flussi per la realizzazione di infrastrutture garantendo la copertura dei rischi di costruzione. In tal modo, si creano flussi finanziari anche durante il periodo in cui il progetto non produce ancora flussi di cassa, differenziando, così, i bond dagli strumenti precedenti che prevedono introiti solo dal cash flow (pedaggi, canoni, ecc.) delle opere già realizzate. Un’altra forma di sostegno alle infrastrutture realizzate attraverso operazioni di PPP riguarda la leva fiscale, ed è stata introdotta nell’ordinamento con l’art.18 della legge 183/2011, che ha previsto misure di defiscalizzazione, da compensare con la riduzione o l’azzeramento del contributo pubblico a fondo perduto.
Come vedesi, i due aspetti che qui si sono considerati e che sembrano configurarsi come ostacoli e limiti all’intrapresa di ogni iniziativa e alla tempestiva realizzazione di opere, possono trovare in sé i loro rimedi: una deregolamentazione, sotto l’aspetto delle procedure; un rinnovato spirito di intrapresa, sotto l’aspetto economico. Entrambi i rimedi presuppongono, però, che essi siano sostenuti da rinnovati spiriti e da rinnovati comportamenti. Professionalità e merito nei soggetti protagonisti del settore; senso di responsabilità; consapevolezza che negligenze, imperizie – né tampoco approfittamenti e corruzione – non sono più tollerati dalla coscienza sociale e, quindi, dalle Istituzioni; che non appare più ammissibile la ricerca del lucro esorbitante ed ingiustificato, in collisione sovente con esigenze pubbliche e diritti fondamentali dei cittadini. Diritti che, per di più, si aprono sempre maggiormente a più vasti e alti orizzonti.

Ventuno progetti per far ripartire economia e occupazione
8 miliardi di euro e 60mila posti di lavoro è l’indotto economico ed occupazionale dei progetti presentati al Sabato delle Idee

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I progetti saranno in mostra all’Accademia di Belle Arti fino al 31 Maggio

“I grandi progetti per la trasformazione urbana della città di Napoli, che attendono solo di partire, potrebbero non solo cambiare decisamente in meglio il volto della città, ma sarebbero in grado di attivare un circuito economico ed occupazionale enorme”. Ha aperto così Sergio Sciarelli, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, il focus sui ventuno grandi progetti per Napoli organizzato oggi nell’ambito del Sabato delle Idee, il ciclo di incontri ideato e promosso dall’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e dalla Fondazione SDN in collaborazione con altre sei istituzioni culturali e scientifiche della città.

I progetti illustrati oggi riguardano infrastrutture essenziali per la mobilità come il porto, il riuso di aree importanti dismesse e da bonificare (Bagnoli ed area orientale), la riqualificazione del centro storico, il nuovo porto turistico di Vigliena.

“Per la città di Napoli – ha spiegato Sciarelli – c’è sulla carta un pacchetto immediato di progetti urbanistici che ammonta almeno a 4 miliardi di euro ma soprattutto c’è una grande opportunità di sviluppo economico e di crescita occupazionale”.

L’indotto economico ed occupazionale

In proposito, Sciarelli citando una recente indagine del Centro Studi dell’Ance, ha illustrato i due riflessi dell’eventuale partenza dei progetti esaminati: l’impatto diretto, indiretto e indotto degli investimenti in edilizia e l’occupazione generabile da tali investimenti.

La ricerca citata dimostra che una spesa iniziale di 1 euro genera sul sistema economico una ricaduta pari a 3,374 euro, di cui 1 nel settore specifico, 1,013 nei settori direttamente e indirettamente collegati (fornitura di beni e servizi) e 1,361 nei settori attivati dalla spesa delle famiglie, alimentata dall’aumento dei redditi derivante dalla maggiore produzione.

“Azzardando in termini probabilmente prudenziali – ha evidenziato Sciarelli – che il moltiplicatore relativo agli effetti sull’economia locale possa ridursi da 3,4 a 2,0, si può così giungere a stimare, sulla base del pacchetto progettuale preso in considerazione, in 8 miliardi di euro (ovvero l’equivalente di circa 16.000 miliardi di vecchie lire) di produzione globale la ricaduta degli investimenti programmati per le grandi opere a Napoli“.

E il dato sulla produzione è stato tradotto anche in termini occupazionali, valutando il numero di unità di lavoro derivanti dall’attuazione di queste grandi opere. Secondo la ricerca dell’Associazione Nazionale Costruttori, con un miliardo di investimenti si possono attivare 10.954 unità di lavoro dirette e 6.055 unità in altri settori.

“Escludendo dunque dal computo gli effetti indotti – ha spiegato Sciarelli – si può concludere che i 4 miliardi relativi ai grandi progetti per Napoli sarebbero, da soli, idonei ad attivare oltre 60.000 posti di lavoro, cifra ovviamente destinata a crescere in rapporto all’ampliamento del potere d’acquisto di tutti coloro che prendono parte al processo d’investimento”.

Insomma una grande opportunità per la città e anche per gli investitori privati che, come ha spiegato Uberto Siola, Presidente della Fondazione Internazionale per gli Studi Superiori dell’Architettura e coautore con Sciarelli dello studio urbanistico ed economico dei ventuno progetti, “dovrebbero avere più spazio nella realizzazione delle opere pubbliche”.

Alleanza pubblico privato per far ripartire la Città

“La politica urbanistica della città, intesa come insieme di piani e programmi prevalentemente pubblici – ha evidenziato Siola – non riesce ad assecondare lo sviluppo ed anzi lo ritarda ma soprattutto si fa sentire la difficoltà culturale e politica di accettare un ruolo diverso dell’iniziativa privata che, intervenendo con proprie risorse nell’assetto della città pone problemi di identità e di funzionamento alla mano pubblica, proponendone una profonda trasformazione da soggetto progettista a soggetto controllore”.

L’impegno del Sabato delle Idee

L’incontro è stato introdotto da Giovanna Cassese, Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli,Lucio d’Alessandro, Rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e Marco Salvatore, ideatore del Sabato delle Idee e professore di Diagnostica per immagini all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

“Portare a compimento i grandi i progetti per la città – ha spiegato Giovanna Cassese, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli – significherebbe riuscire finalmente a vincere la battaglia culturale per il cambiamento che da troppi anni sul territorio napoletano viene affrontata senza successi ed in particolare è proprio nel Centro storico della città che si trova il terreno più fertile per lo sviluppo di progetti innovativi capaci di esaltare le radici culturali e gli spazi cittadini dedicati all’arte”.

“Quello di oggi è un Sabato delle Idee diverso da tutti gli altri – ha evidenziato Marco Salvatore – perché le idee stavolta sono già in campo e ci sono purtroppo da anni: sono progetti che potrebbero cambiare il volto alla città e soprattutto rilanciare lo sviluppo economico e dare lavoro a migliaia di persone ed è per questo che vogliamo metterci a lavorare tutti insieme per provare a sbloccare il futuro di questa città che non può più permettersi l’immobilismo attuale”.

“Il Sabato delle Idee – ha sottolineato Lucio d’Alessandro – è nato proprio con l’obiettivo di trasformare idee e risorse della città in progettualità concreta e mai come in questo caso l’obiettivo è raggiungibile, perché siamo di fronte addirittura a finanziamenti già stabiliti che attendono solo di essere utilizzati e la discussione odierna vuole stimolare le istituzioni pubbliche ma anche gli investitori privati e la cittadinanza attiva a mettere in campo ogni azione possibile per sbloccare una situazione di stallo che arreca ulteriori danni ad una città che è già in grande difficoltà”.

I grandi progetti per la Campania

L’incontro è stato aperto dalla relazione di Edoardo Cosenza, Assessore alle opere e ai lavori pubblici della Regione Campania, sullo stato dei grandi progetti urbanistici in Campania.

La presentazione dei progetti e l’intervento di Giampaolino

Successivamente, nella discussione coordinata da Alfonso Ruffo, direttore del gruppo editoriale “Il Denaro”, le criticità attuative dei singoli progetti sono state analiticamente approfondite da Omero Ambrogi, Presidente di Bagnolifutura (relazione sull’area di Bagnoli), Luciano Dassatti, Presidente dell’Autorità portuale di Napoli (relazione sull’area del Porto), Luigi De Falco, Assessore all’Urbanistica del Comune di Napoli (relazione sul Centro Storico), Marilù Faraone Mennella, Presidente del Comitato Naplest (relazione sulla Zona Orientale), Ambrogio Prezioso, vicepresidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (relazione sul Centro Direzionale) edAndrea Rea, Presidente della Mostra d’Oltremare di Napoli (relazione sulla Zona Flegrea).

L’ostacolo della burocrazia e l’eccesso di regole procedurali

L’incontro si è concluso con l’intervento di Luigi Iavarone, Vicepresidente vicario della Camera di Commercio di Napoli, che ha portato la testimonianza del punto di vista delle imprese sul tema dei grandi progetti per Napoli e la Campania e con l’intervento del Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino.

“Bisogna provare a superare la profonda crisi economica e sociale che sta facendo accartocciare la città su se stessa – ha spiegato Iavarone – e iniziare a ragionare in maniera operativa sulle cose da fare innanzitutto con una politica industriale chiara, perché se i progetti ci sono e i fondi ci sono vuol dire che il problema è soprattutto nella fase amministrativa che ha bisogno di nuove regole”.

Deregolamentazione procedurale che è stata il cuore dell’intervento anche del Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino.

La Mostra “I Grandi Progetti per Napoli”

Il Sabato delle Idee ha anche organizzato una mostra dedicata a “I grandi progetti per Napoli”: dieci pannelli con i disegni dei ventuno progetti che saranno in esposizione nel foyer del Teatro “Antonio Niccolini” dell’Accademia di Belle Arti fino al 31 Maggio 2013.

I grandi progetti per Napoli e la Campania
Al Sabato delle Idee un Focus su aspetti economici e urbanistici. Interviene il Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino

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Il Sabato delle Idee ritorna sabato 20 Aprile alle ore 9.30 presso il Teatro dell’Accademia di Belle Arti di Napoli con un appuntamento dedicato al tema “I grandi progetti per Napoli e la Campania”.

L’incontro, che sarà introdotto da Giovanna Cassese, Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, Lucio d’Alessandro, Rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e Marco Salvatore, professore di Diagnostica per immagini all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, sarà aperto dalla relazione di Edoardo Cosenza, Assessore alle opere e ai lavori pubblici della Regione Campania, sullo stato dei grandi progetti urbanistici in Campania. Successivamente Uberto Siola, Presidente della Fondazione Internazionale per gli Studi Superiori dell’Architettura e Sergio Sciarelli, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli approfondiranno il tema dei grandi progetti per Napoli, le cui criticità attuative saranno analiticamente analizzate da Omero Ambrogi , Presidente di Bagnoli Futura (relazione sull’area di Bagnoli), Luciano Dassatti, Presidente dell’Autorità portuale di Napoli (relazione sull’area del Porto), Luigi De Falco, Assessore all’Urbanistica del Comune di Napoli (relazione sul Centro storico), Marilù Faraone Mennella, Presidente di Naplest, (relazione sulla Zona Orientale), Ambrogio Prezioso, vicepresidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili (relazione sul Centro Direzionale), Andrea Rea, Presidente della Mostra d’Oltremare di Napoli (relazione sulla Zona Flegrea).

L’incontro sarà concluso dall’intervento di Maurizio Maddaloni, Presidente della Camera di Commercio di Napoli, che porterà la testimonianza del punto di vista delle imprese sul tema dei grandi progetti per Napoli e la Campania e dal Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino che analizzerà l’aspetto procedurale della realizzazione dei progetti ed in particolare i temi dell’osservanza delle norme e del rispetto dei vincoli di finanza pubblica.

L’incontro si prefigge di illustrare i progetti o le idee progettuali di trasformazione urbana della città e, soprattutto, di valutare i benefìci economici e sociali scaturenti dalla loro attuazione. L’obiettivo della discussione è quello di individuare lo stato dell’arte e le criticità da superare per realizzare i seguenti progetti: Area di Bagnoli, Zona Orientale, Centro storico, Area flegrea (Mostra d’Oltremare), Porto di Napoli e Centro Direzionale. L’esame dei progetti sarà effettuato dai rispettivi responsabili ai quali è richiesto di evidenziare le criticità attuative e di formulare una previsione sui probabili tempi di realizzazione.

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